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CHIESA DI SANTA MARIA DI PORTOSALVO

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La Chiesa di Santa Maria di Portosalvo in Parghelia fu eretta nel 1745. Essa è adorna all’interno di pregevoli dipinti di scuola napoletana: da notare, in particolare, la Deposizione, sull’altare della Madonna dei Sette Dolori, l’Annunciazione e la Sacra Famiglia sulle pareti ai lati del Sancta Sanctorum, databili tutti intorno al 1757. Il dipinto venerato sull’altare maggiore raffigura la Vergine di Portosalvo ed è stato nei secoli e continua ad essere ancora oggi oggetto di particolare venerazione da parte non solo di tutti i pargheliesi, ma anche degli abitanti dei paesi del circondario.
La leggenda lo vuole portato a Parghelia dall’Oriente, ai tempi di Leone Isaurico e della persecuzione iconoclastica, «nel medesimo giorno in cui la tradizione afferma essere stata concessa dalla Divina Provvidenza a Tropea l’Immagine di Maria SS. della Romania»; si tratta, invece, in effetti di una tela del periodo compreso tra il XVII e XVIII secolo, anche se alcuni tratti del volto della Vergine sembrano essere forse più antichi. La balaustra e l’altare in marmo policromo risalgono alla stessa epoca. Il campanile fu completato nel 1775. La facciata del tempio costituisce uno dei più antichi esempi di architettura neoclassica del Meridione d’Italia.
Il culto della Madonna di Portosalvo è connesso, come suggerisce lo stesso titolo, con la tradizione madpsmarinara degli abitanti di Parghelia, che affidavano alla protezione della Vergine la propria sicurezza sui mari, come si legge in molti documenti di archivio e come ancora oggi testimoniano i numerosi ex voto che si possono ammirare nella sacrestia della Chiesa. Al mare ci riporta anche la leggenda relativa all’arrivo dell’Immagine a Parghelia: la stessa nave che, giunta di fronte a Tropea, «trattenuta da una forza invisibile», non potè proseguire il suo viaggio, se non dopo aver consegnato alla città il quadro della Madonna di Romania, si fermò nuovamente «in modo misterioso, dopo pochi minuti, davanti a Parghelia, presso uno scoglio che anche oggi è chiamato ‘lo scoglio della Madonna’ . […] Lasciato il secondo quadro, quello della Madonna di Portosalvo, al lido di Parghelia, la nave proseguì il suo corso».
Tale leggenda, che testimonia, comunque, al di là della sua attendibilità, l’antichità del culto e la profonda devozione delle popolazioni locali, è simile a molte altre pie tradizioni, diffuse in Calabria e altrove, che tendono a dare uno stabile fondamento alla rassicurante convinzione che la Vergine abbia eletto un particolare territorio cui destinare la sua materna protezione.
La Chiesa, comunque, «nelle lezioni storiche dell’Ufficio della Madonna di Romania, la cui storia si vuole identica con quella della Vergine di Porto Salvo, ha approvato queste parole “de modo quo haec Imago ad Tropeae litus pervenerit, non parum ambigitur” (sulla maniera in cui quest’immagine giunse al lido di Tropea vi sono non pochi dubbi) e tale espressione si può, per analogia, applicare anche all’immagine venerata a Parghelia.
Un’ipotesi abbastanza probabile, anche se non ancora dimostrata, è quella secondo la quale l’effigie della Madonna di Portosalvo sarebbe giunta a Parghelia portata dai Monaci Basiliani, storicamente impegnati a diffondere, dopo il Concilio di Efeso, il culto della Madre di Dio e incaricati anche della custodia delle sue immagini. Sappiamo, poi, che l’ordine fondato da San Basilio si diffuse in maniera straordinaria fin dal IV secolo in Calabria, nella quale, intorno al X secolo, si potevano contare circa quattrocento conventi di Basiliani. «Che i padri Basiliani siano venuti in Calabria e vi abbiano portato delle SS. Immagini sottratte al furore degli Eretici d’Oriente, ormai non può mettersi in dubbio», come è anche storicamente accertato che esistevano conventi basiliani nel territorio di Tropea: San Pietro in Menna, Sant’Isidoro, Sant’Angelo, San Sergio (passato, poi, ai frati minori, con il consenso del Pontefice Martino V). La tradizione vuole che l’Immagine che si venera a Parghelia provenga da un diruto convento basiliano delle vicinanze.
Certamente l’attuale chiesa settecentesca non è la prima, in ordine di tempo, che sia stata dedicata al culto della Vergine di Portosalvo: i registri parrocchiali già nel XVII secolo fanno riferimento a sepolture nella Chiesa di Santa Maria di Portosalvo, la cui esistenza è anche testimoniata da documenti dell’Archivio Storico Diocesano dello stesso secolo.
Anche il quadro oggi venerato non è certamente la primitiva immagine della Madonna di Portosalvo, ma risale, in gran parte, molto probabilmente, all’epoca dell’erezione della chiesa attuale o a pochi decenni prima e sostituì la precedente effigie, distrutta, verosimilmente, con il convento basiliano da cui proveniva. Come non è possibile stabilire con certezza la provenienza della più antica effigie della Madonna di Portosalvo, così non si può con esattezza determinare l’epoca d’origine del suo culto a Parghelia.
Fino al 1917 si conservavano, secondo la testimonianza di Mons. Bartoloni, autore dell’opuscolo L’immagine e il culto della Madonna di Porto Salvo in Parghelia, tavole votive che portavano “le tracce evidenti di un tempo assai più remoto” del 1600. Inoltre un decreto della Curia di Tropea del 29 agosto del 1782 faceva riferimento al «festivo giorno della protettrice S. Maria di Porto Salvo stabilito ab antiquo nella seconda domenica di Agosto».
Il culto era, perciò, già a quella data, considerato come esistente ab immemorabili, ab antiquo. Esso, comunque, anche se non se ne può con certezza documentare il legame con il titolo di ‘Portosalvo’ risale, in Parghelia, almeno al 1585, anno in cui Sisto V concesse l’indulgenza plenaria in articulo mortis ai membri di una confraternita e ai comuni fedeli, che, in giorni particolari, a particolari condizioni e dopo aver compiuto opere di misericordia, di pietà e di carità avessero visitato la Chiesa della Beata Maria nel casale di Parghelia.
In seguito, tenuta presente questa antichità di culto, la Sacra Romana Congregazione dei Riti, con rescritto del 24 gennaio 1917, concesse che la festa in onore della Madonna di Portosalvo si celebrasse con rito doppio di prima classe e l’ottava comune il sabato precedente la seconda domenica di agosto.
Un decreto del Capitolo Vaticano del 10 agosto del 1919 incoronava poi di corona d’oro l’immagine di Maria Santissima di Portosalvo venerata in Parghelia. Con decreto del Vescovo di Mileto, Nicotera e Tropea, Mons. Domenico Tarcisio Cortese, del 31 maggio 1999 la Chiesa veniva elevata alla dignità di Santuario Diocesano; una lapide posta al suo interno, alla destra del portale d’ingresso, ricorda l’evento.

Luciano Meligrana

CHIESA DI SANT'ANDREA APOSTOLO

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Eretta all’epoca della ricostruzione del paese successiva al terremoto del 1905, nello stesso sito dell’antica chiesa parrocchiale, su disegno di P.Angelini OFP, fu aperta al culto con solenne benedizione di S.E. Mons. Felice Cribellati, vescovo di Tropea, il 26 maggio 1935, Arciprete il sac. Francesco Ruffa di Pasquale e podestà il cav. Bonaventura Meligrana fu Mariano. Nel 1992, l’8 dicembre festa dell’Immacolata, Mons Domenico Tarcisio Cortese, vescovo di Mileto N.T., essendo parroco l’Arc. don Giuseppe Florio, consacrò il nuovo altare e benedisse la chiesa restaurata.
All’interno della chiesa si conserva il settecentesco busto in legno policromo di Sant’Andrea Apostolo, patrono di Parghelia, risalente al XVIII secolo. Delle numerose statue presenti, di particolare suggestione è la statua di San Michele Arcangelo, (XVIII sec.) proveniente dalla diruta chiesa di Sant’Anna. Di notevole pregio sono le statue lignee di san Francesco di Paola e di sant’Antonio di Padova. (XVIII sec.) In una piccola nicchia dietro una lapide marmorea, sul muro prospiciente la piazza, trovano riposo i resti di Francesco Ruffa, parroco di Parghelia nella prima metà del `900, particolarmente amato dagli abitanti di Parghelia per l’umanità, l’umiltà e la sua dedizione ai poveri, morto il 25 marzo 1936. Nella facciata principale, che ha un corpo sporgente rispetto alla ali che sono ribassate, si apre il portale rettangolare sormontato da un timpano spezzato. Ci sono, poi, altri due piccoli ingressi principali, sormontati da rosoni, in posizione più laterale. A sinistra della chiesa si eleva una torre campanaria. L’interno è a tre navate. Al centro dell’abside spicca un mosaico raffigurante il martirio di Sant’Andrea, alla cui base si possono ammirare dei marmi policromi intarsiati, risalenti all’inizio del XVIII secolo. Sono dello stesso secolo le colonne che reggono l’altare, l’ambone e il bel timpano in marmo intarsiato sopra il portone d’ingresso. La festa del Santo si celebra il 30 novembre e, durante la vigilia, vengono lanciate dal campanile le castagne, testimonianza delle elargizioni che la Chiesa in antico faceva durante i periodi di carestia.
CHIESA DI SAN GIROLAMO (o GEROLAMO) - FITILI
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La Chiesa
realizzata agli inizi del XX secolo; la facciata presenta un unico portale.
All'interno sono conservate le statue di San Girolamo, San Nicola, San Gerardo e della Madonna Addolorata.
La festa di S. Girolamo (Fitili) [30/09/]

San Girolamo è un Padre della Chiesa che ha posto al centro della sua vita la Bibbia: l’ha tradotta nella lingua latina, l’ha commentata nelle sue opere, e soprattutto si è impegnato a viverla concretamente nella sua lunga esistenza terrena, nonostante il ben noto carattere difficile e focoso ricevuto dalla natura.
Girolamo nacque a Stridone verso il 347 da una famiglia cristiana, che gli assicurò un’accurata formazione, inviandolo anche a Roma a perfezionare i suoi studi. Da giovane sentì l'attrattiva della vita mondana (cfr Ep. 22,7), ma prevalse in lui il desiderio e l'interesse per la religione cristiana. Ricevuto il battesimo verso il 366, si orientò alla vita ascetica e, recatosi ad Aquileia, si inserì in un gruppo di ferventi cristiani, da lui definito quasi «un coro di beati» (Chron. Ad ann. 374) riunito attorno al Vescovo Valeriano. Partì poi per l'Oriente e visse da eremita nel deserto di Calcide, a sud di Aleppo (cfr Ep. 14,10), dedicandosi seriamente agli studi. Perfezionò la sua conoscenza del greco, iniziò lo studio dell'ebraico (cfr Ep. 125,12), trascrisse codici e opere patristiche (cfr Ep. 5,2). La meditazione, la solitudine, il contatto con la Parola di Dio fecero maturare la sua sensibilità cristiana. Sentì più pungente il peso dei trascorsi giovanili (cfr Ep. 22,7), e avvertì vivamente il contrasto tra mentalità pagana e vita cristiana: un contrasto reso celebre dalla drammatica e vivace "visione", della quale egli ci ha lasciato il racconto. In essa gli sembrò di essere flagellato al cospetto di Dio, perché «ciceroniano e non cristiano» (cfr Ep. 22,30).

Nel 382 si trasferì a Roma: qui il Papa Damaso, conoscendo la sua fama di asceta e la sua competenza di studioso, lo assunse come segretario e consigliere; lo incoraggiò a intraprendere una nuova traduzione latina dei testi biblici per motivi pastorali e culturali. Alcune persone dell’aristocrazia romana, soprattutto nobildonne come Paola, Marcella, Asella, Lea ed altre, desiderose di impegnarsi sulla via della perfezione cristiana e di approfondire la loro conoscenza della Parola di Dio, lo scelsero come loro guida spirituale e maestro nell’approccio metodico ai testi sacri. Queste nobildonne impararono anche il greco e l’ebraico.

Dopo la morte di Papa Damaso, Girolamo lasciò Roma nel 385 e intraprese un pellegrinaggio, dapprima in Terra Santa, silenziosa testimone della vita terrena di Cristo, poi in Egitto, terra di elezione di molti monaci (cfr Contra Rufinum 3,22; Ep. 108,6-14). Nel 386 si fermò a Betlemme, dove, per la generosità della nobildonna Paola, furono costruiti un monastero maschile, uno femminile e un ospizio per i pellegrini che si recavano in Terra Santa, «pensando che Maria e Giuseppe non avevano trovato dove sostare» (Ep. 108,14). A Betlemme restò fino alla morte, continuando a svolgere un'intensa attività: commentò la Parola di Dio; difese la fede, opponendosi vigorosamente a varie eresie; esortò i monaci alla perfezione; insegnò la cultura classica e cristiana a giovani allievi; accolse con animo pastorale i pellegrini che visitavano la Terra Santa. Si spense nella sua cella, vicino alla grotta della Natività, il 30 settembre 419/420.

La preparazione letteraria e la vasta erudizione consentirono a Girolamo la revisione e la traduzione di molti testi biblici: un prezioso lavoro per la Chiesa latina e per la cultura occidentale. Sulla base dei testi originali in greco e in ebraico e grazie al confronto con precedenti versioni, egli attuò la revisione dei quattro Vangeli in lingua latina, poi del Salterio e di gran parte dell'Antico Testamento. Tenendo conto dell'originale ebraico e greco, dei Settanta, la classica versione greca dell’Antico Testamento risalente al tempo precristiano, e delle precedenti versioni latine, Girolamo, affiancato poi da altri collaboratori, poté offrire una traduzione migliore: essa costituisce la cosiddetta "Vulgata", il testo "ufficiale" della Chiesa latina, che è stato riconosciuto come tale dal Concilio di Trento e che, dopo la recente revisione, rimane il testo "ufficiale" della Chiesa di lingua latina. E’ interessante rilevare i criteri a cui il grande biblista si attenne nella sua opera di traduttore. Li rivela egli stesso quando afferma di rispettare perfino l’ordine delle parole delle Sacre Scritture, perché in esse, dice, "anche l’ordine delle parole è un mistero" (Ep. 57,5), cioè una rivelazione. Ribadisce inoltre la necessità di ricorrere ai testi originali: «Qualora sorgesse una discussione tra i Latini sul Nuovo Testamento, per le lezioni discordanti dei manoscritti, ricorriamo all'originale, cioè al testo greco, in cui è stato scritto il Nuovo Patto. Allo stesso modo per l'Antico Testamento, se vi sono divergenze tra i testi greci e latini, ci appelliamo al testo originale, l'ebraico; così tutto quello che scaturisce dalla sorgente, lo possiamo ritrovare nei ruscelli» (Ep. 106,2). Girolamo, inoltre, commentò anche parecchi testi biblici. Per lui i commentari devono offrire molteplici opinioni, «in modo che il lettore avveduto, dopo aver letto le diverse spiegazioni e dopo aver conosciuto molteplici pareri – da accettare o da respingere –, giudichi quale sia il più attendibile e, come un esperto cambiavalute, rifiuti la moneta falsa» (Contra Rufinum 1,16).

Confutò con energia e vivacità gli eretici che contestavano la tradizione e la fede della Chiesa. Dimostrò anche l'importanza e la validità della letteratura cristiana, divenuta una vera cultura ormai degna di essere messa confronto con quella classica: lo fece componendo il De viris illustribus, un'opera in cui Girolamo presenta le biografie di oltre un centinaio di autori cristiani. Scrisse pure biografie di monaci, illustrando accanto ad altri itinerari spirituali anche l'ideale monastico; inoltre tradusse varie opere di autori greci. Infine nell'importante Epistolario, un capolavoro della letteratura latina, Girolamo emerge con le sue caratteristiche di uomo colto, di asceta e di guida delle anime.

CHIESA DI SANT'ANTONIO

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Lisbona, Portogallo, c. 1195 - Padova, 13 giugno 1231. La festa, Parghelia [13 giugno]

Fernando di Buglione nasce a Lisbona. A 15 anni è novizio nel monastero di San Vincenzo, tra gli agostiniani. Nel 1219, a 24 anni, viene ordinato prete. Nel 1220 giungono a Coimbra i corpi di cinque frati francescani decapitati in Marocco, dove si erano recati a predicare per ordine di Francesco d'Assisi. Ottenuto il permesso dal provinciale francescano di Spagna e dal priore agostiniano, Fernando entra nel romitorio dei Minori mutando il nome in Antonio. Invitato al Capitolo generale di Assisi, arriva con altri francescani a Santa Maria degli Angeli dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente. Per circa un anno e mezzo vive nell'eremo di Montepaolo. Su mandato dello stesso Francesco, inizierà poi a predicare in Romagna e poi nell'Italia settentrionale e in Francia. Nel 1227 diventa provinciale dell'Italia settentrionale proseguendo nell'opera di predicazione. Il 13 giugno 1231 si trova a Camposampiero e, sentondosi male, chiede di rientrare a Padova, dove vuole morire: spirerà nel convento dell'Arcella. (Avvenire)

VITA DI SANT'ANDREA APOSTOLO

Sant'Andrea Apostolo

 

Elementi biografici.
cdfdfAndrea era il fratello maggiore di san Pietro. Quasi sicuramente il suo nome (derivante dal vocabolo greco ανδρεία, "virilità, valore"), come altri nomi tramandati in greco, non era il nome originario di questo apostolo in quanto, nella tradizione ebraica o giudaica, il nome Andrea compare solo a partire dal II-III secolo. Il Nuovo Testamento ricorda che Sant'Andrea era figlio di Giona, o Giovanni, (Matteo 16:17; Giovanni 1:42). Egli era nato a Betsaida sulle rive del Lago omonimo in Galilea (Giovanni 1:44). Assieme al fratello Pietro esercitava il mestiere di pescatore, e la tradizione vuole che Gesù stesso lo avesse chiamato ad essere suo discepolo invitandolo ad essere per lui "pescatore di anime" (ἁλιείς ἀνθρώπων, halieis anthropon). Agli inizi della vita pubblica di Gesù, occupavano la stessa casa a Cafarnao (Marco 1:21, 29). Il Vangelo di Giovanni ricorda che Andrea era stato anche discepolo di Giovanni il Battista, che per primo gli ordinò di seguire Gesù, continuatore della sua opera (Giovanni 1:35-40). Andrea fu il primo a riconoscere in Gesù il Messia, e lo fece conoscere al fratello (Giovanni 1:41). Presto entrambi i fratelli divennero discepoli di Cristo. In un'occasione successiva, prima della definitiva vocazione all'apostolato, essi erano definiti come grandi amici e lasciarono tutto per seguire Gesù (Luca 5:11; Matteo 4:19-20; Marco 1:17-18). Nei vangeli Andrea èsdwer indicato essere presente in molte importanti occasioni come uno dei discepoli più vicini a Gesù (Marco 13:3; Giovanni 6:8, 12:22), ma negli Atti degli Apostoli si trova solo una menzione marginale della sua figura (1:13). Eusebio di Cesarea ricorda nelle sue "Origini" che Andrea aveva viaggiato in Asia Minore ed in Scizia, lungo il Mar Nero come del resto anche sul Volga e sul Kiev. Per questo egli è divenuto santo patrono della Romania e della Russia. Secondo la tradizione, egli fu il fondatore della sede episcopale di Bisanzio (Costantinopoli), dal momento che l'unico vescovato dell'area asiatica che era già stato fondato era quello di Eraclea. Nel 38, su questa sede gli succedette Stachys. La diocesi si svilupperà successivamente nel Patriarcato di Costantinopoli. Andrea è riconosciuto come santo patrono della sede episcopale. La tradizione vuole che Andrea sia stato martirizzato per crocifissione a Patrasso (Patrae) in Acaia (Grecia). Dai primi testi apocrifi, come ad esempio gli Atti di Andrea citati da Gregorio di Tours nel Monumenta Germaniae Historica, si sa che Andrea venne legato e non inchiodato su una croce latina (simile a quella dove Cristo era stato crocifisso), ma la tradizione vuole che Andrea sia stato crocifisso su una croce di forma detta Croce decussata (a forma di X) e comunemente conosciuta con il nome di "Croce di Sant'Andrea"; Questa venne adottata per sua personale scelta, dal momento che egli non avrebbe mai osato eguagliare il maestro, Gesù, nel martirio. Quest'iconografia di sant'Andrea appare ad ogni modo solo attorno al X secolo, ma non divenne comune sino al XVII secolo. Proprio per il suo martirio, sant'Andrea è divenuto anche il patrono di Patrasso.

Atti e Vangelo di Andrea.
Gli scritti apocrifi che compongono gli Atti di Andrea, menzionati da Eusebio di Cesarea, Epifanio di Salamina e da altri, è compreso in un gruppo disparato di Atti degli apostoli che vengono tradizionalmente attribuiti a Lucio Carino. Questi atti risalgono al III secolo e, assieme al Vangelo di Andrea, appaiono tra i libri rigettati dalla chiesa nel Decretum Gelasianum di papa Gelasio I. La serie completa degli Atti venne edita e pubblicata da Konstantin von Tischendorf nel suo Acta Apostolorum apocrypha (Lipsia, 1821), che si occupò di riordinarli per la prima volta in modo ordinato e professionale. Un'altra versione è presente nella Passio Andreae, pubblicata da Max Bonnet (Supplementum II Codicis apocryphi, Parigi, 1895).

Le reliquie.
Dopo il martirio di sant'Andrea, secondo la tradizione, le sue reliquie vennero spostate da Patrasso a Costantinopoli. Leggende locali dicono che le reliquie vennero vendute dai romani. La testa del Santo, insieme ad altre reliquie (vale a dire un mignolo e alcune piccole parti della croce) venne donata da Tommaso Paleologo, despota della Morea spodestato dai turchi a papa Pio II nel 1461, in cambio dell'impegno per una crociata che avrebbe dovuto riprendere Costantinopoli. Il papa accettò il dono promettendo di restituire le reliquie quando la Grecia fosse stata liberata e ne inviò la mandibola custodita nell'antico reliquiario a Pienza. Per decisione di papa Paolo VI nel 1964 le reliquie conservate a Roma vennero inviate nuovamente a Patrasso all'interno dell'antico reliquairio bizantino, fino ad allora custodito nella cattedrale pientina; in cambio il Papa donò alla cattedrale di Pienza il busto-reliquiario della testa commissionato da PIo II a Simone di Giovanni Ghini per la basilica di San Pietro in Vaticano. Le reliquie rese sono a tutt'oggi custodite nella chiesa di sant'Andrea a Patrasso in una speciale urna, e vengono mostrate ai fedeli in occasione della festa del 30 novembre. Tutte le reliquie conosciute attribuite a sant'Andrea sono dislocate in alcuni punti fondamentali della sua venerazione: nella Basilica di sant'Andrea a Patrasso, in Grecia, nel Duomo di Sant'Andrea di Amalfi, Italia, nella Cattedrale di Santa Maria, a Edimburgo, in Scozia e nella Chiesa di Sant'Andrea e Sant'Alberto a Varsavia, in Polonia. Altro luogo ove sono custodite reliquie del Santo è il Casino di Cicco sito in Sant'Apollinare (Italia)

La tradizione italiana.
Statua di sant'Andrea nella basilica di San Pietro Statua in argento di Sant'Andrea custodita nel Duomo di AmalfiSofronio Eusebio Girolamo scrisse che le reliquie di Andrea vennero portate da Patrasso a Costantinopoli per ordine dell'imperatore romano Costanzo II nel 357[1]. Qui rimasero sino al 1208 quando le reliquie vennero portate ad Amalfi, in Italia, dal cardinale Pietro Capuano, nativo di Amalfi. Nel XV secolo, la testa di sant'Andrea fu portata a Roma, dove venne posta in una teca in uno dei quattro pilastri principali della basilica di San Pietro. Nel settembre del 1964, come gesto di apertura verso la Chiesa ortodossa greca, papa Paolo VI consegnò un dito e parte della testa alla chiesa di Patrasso. Il Duomo di Amalfi, dedicata appunto a sant'Andrea (come del resto la città stessa), contiene una tomba nella sua cripta che continua a contenere alcune altre reliquie dell'apostolo.

La tradizione rumena.
La tradizione rumena vuole che Sant'Andrea (chiamato Sfântul Apostol Andrei) sia stato uno dei primi a portare il cristianesimo nella Scizia Minore, l'attuale Dobrogea, al popolo locale dei Daci (antenati dei rumeni). Ippolito di Antiochia (m. circa 250) nel suo Sugli apostoli, in Origene nel III libro dei suoi Commentari sulla Genesi (c. 254), in Eusebio di Cesarea nel suo Storia della Chiea (c. 340), e presso altre fonti come il Martirio di Usaard scritto tra il 845 ed il 865, sant'Andrea viene citato come pellegrino in questa regione. Tre sono i toponimi e numerose antiche tradizioni e favole sono riconducibili a sant'Andrea, molte delle quali possono addirittura vantare un substrato pre-cristiano. Esiste anche una caverna dove si ritiene che egli abbia alloggiato. La misteriosa tradizione che vuole che egli fosse solito battezzare nel villaggio di Copuzu è anche collegata da molti etnologi con il fenomeno delle campagne di cristianizzazione legate agli apostoli.

La leggenda scozzese.
Alla metà del X secolo, Andrea divenne Santo Patrono della Scozia. Molte leggende volevano che le reliquie di sant'Andrea fossero state traslate con poteri soprannaturali da Costantinopoli al luogo attualmente denominato "Sant'Andrea" (in pitico, Muckross; in gaelico, Cill Rìmhinn).

La croce decussata (o "Croce di Sant'Andrea") nella bandiera nazionale scozzesescrt
Due sono i manoscritti scozzesi più antichi: uno è raggruppato assieme agli scritti di Jean-Baptiste Colbert e venne donato a Luigi XIV di Francia, e attualmente si trova alla Bibliothèque Nationale di Parigi, l'altro è contenuto nel Messale Harleiano nella British Library di Londra. Questi documenti ricordano che le reliquie di sant'Andrea vennero portate da Regolo al re dei Piti Óengus I Mac Fergusa (729–761). L'unico Regolo conosciuto dagli storici (detto anche Riagail o Rule), il cui nome è tutt'oggi ricordato dalla torre di san Rule, fu un monaco irlandese espulso dall'Irlanda con san Colombano; la sua vita, ad ogni modo, sarebbe da collocarsi tra il 573 ed il 600. Vi sono buone ragioni per credere che le reliquie facessero originariamente parte della collezione del vescovo Acca di Hexham, e che vennero da quest'ultimo portate ai Piti da Hexham (c. 732), dove venne fondata una sede episcopale, non come avrebbe voluto la tradizione a Galloway, ma sul luogo detto di Sant'Andrea. La connessione fatta con Regolo, ad ogni modo, è dovuta con tutta probabilità al desiderio di datare la fondazione della chiesa di Sant'Andrea in tempi più remoti possibili e quindi più vicini al martirio del Santo. Un'altra leggenda vuole che nel tardo VIII secolo, durante una delle battaglie contro gli inglesi, il re Ungo (lo stesso Óengus I Mac Fergusa menzionato precedentemente oppure Óengus II dei Piti (820–834)) vide una nuvola incrociata a salterio, e disse ad alta voce ai propri compagni di osservare il fenomeno, indicativo di una protezione di sant'Andrea, e che se avessero vinto per questa grazia, lo avrebbero eletto quale loro santo patrono. Ad ogni modo, si ha ragione di ritenere che sant'Andrea fosse già venerato in Scozia prima di questa data. Le connessioni di Andrea con la Scozia sono probabilmente da attribuirsi anche al Sinodo di Whitby, dove la Chiesa celtica guidata da san Colombano sancì che, a giudicare dalle scritture, il fratello minore di Pietro aveva dovuto avere un ruolo addirittura superiore a tutti gli apostoli. Nel 1320 la Dichiarazione di Arbroath definì sant'Andrea come "il primo ad essere divenuto Apostolo". Numerose chiese parrocchiali di Scozia e congregazioni della Chiesa cristiana del paese sono dedicate a Sant'Andrea. La Chiesa nazionale del popolo scozzese a Roma è la chiesa di Sant'Andrea degli Scozzesi.

Sant'Andrea e la Parrocchia di Luqa (Malta).

Le prime notizie relative a questa piccola cappella a Luqa dedicata a sant'Andrea risalgono al 1497. La visita pastorale del delegato pontificio Pietro Dusina afferma che questa cappella conteneva tre altari, uno dei quali era dedicato a Sant'andrea. La pala d'altare, raffigurante Maria coi Santi Andrea e Paolo venne dipinta dal pittore maltese Filippo Dingli. A quel tempo, molti pescatori vivevano a Luqa, e questa potrebbe essere una delle ragioni per cui Sant'Andrea venne scelto come Santo Patrono della città. La locale statua di Sant'Andrea venne scolpita nel legno da Giuseppe Scolaro nel 1779. Questa opera subì molti restauri, primo tra tutti quello risalente al 1913 ad opera del rinomato artista maltese Abraham Gatt. Il Martirio di Sant'Andrea, presente sull'altare principale della chiesa, venne dipinto da Mattia Preti nel 1687

Sant'Andrea in Ucraina
Il primo cristianesimo in Ucraina, ricorda che l'apostolo sant'Andrea avrebbe viaggiato nel sud dell'Ucraina, lungo il Mar Nero. La leggenda vuole che egli abbia anche percorso il fiume Dnieper e abbia raggiunto la località che in seguito sarebbe divenuta Kiev, dove venne eretta una croce sul sito dove abitualmente sant'Andrea risiedeva, profetizzando la nascita della città all'insegna del cristianesimo.

Conclusioni
Andrea è santo patrono in Scozia, Russia, Romania, Grecia, Amalfi e a Luqa (Malta). Egli è anche santo patrono in Prussia. Nella bandiera della Scozia (e di conseguenza quella del Regno Unito e nello stemma della Nuova Scozia) figura la croce di sant'Andrea, come pure nella bandiera di Tenerife e nell'insegna della marina russa. Anche la bandiera dei confederati degli Stati Uniti d'America anche se il fondatore, William Porcher Miles, riteneva di aver cambiato l'insegna da una croce classica ad una decussata per motivi araldici e non religiosi. La festa di Sant'Andrea è ricordata il 30 novembre nelle Chiese d'Oriente e d'Occidente ed è festa nazionale in Scozia.

 

LA CROCE DI SANT'ANDREA APOSTOLO

Ecco ciò che l’Apostolo avrebbe detto in quell’occasione, secondo un antico racconto (inizi del secolo VI) intitolato Passione di Andrea:

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“Salve, o Croce, inaugurata per mezzo del corpo di Cristo e divenuta adorna delle sue crasewmembra, come fossero perle preziose. Prima che il Signore salisse su di te, tu incutevi un timore terreno. Ora invece, dotata di un amore celeste, sei ricevuta come un dono. I credenti sanno, a tuo riguardo, quanta gioia tu possiedi, quanti regali tu tieni preparati. Sicuro dunque e pieno di gioia io vengo a te, perché anche tu mi riceva esultante come discepolo di colui che fu sospeso a te … O Croce beata, che ricevesti la maestà e la bellezza delle membra del Signore! … Prendimi e portami lontano dagli uomini e rendimi al mio Maestro, affinché per mezzo tuo mi riceva chi per te mi ha redento. Salve, o Croce; sì, salve davvero!”. Come si vede, c’è qui una profondissima spiritualità cristiana, che vede nella Croce non tanto uno strumento di tortura quanto piuttosto il mezzo incomparabile di una piena assimilazione al Redentore, al Chicco di grano caduto in terra. Noi dobbiamo imparare di qui una lezione molto importante: le nostre croci acquistano valore se considerate e accolte come parte della croce di Cristo, se raggiunte dal riverbero della sua luce. Soltanto da quella Croce anche le nostre sofferenze vengono nobilitate e acquistano il loro vero senso.

SANTA RITA DA CASCIA

LEGGI E ASCOLTA LA VITA

La comunità parrocchiale di Parghelia ha celebrato con solennità la festa di Santa Rita di Cascia.La concelebrazione è stata presieduta dal parroco di Zaccanopoli don Francesco Sicari il quale ha definito sritla presenza di S. Rita nella storia un faro luminoso, un raggio d’amore. “A noi cristiani, ha detto don Francesco, è chiesto di fare il bene anche quando costa sacrificio. Siamo i tralci di Cristo, dobbiamo essere uniti a lui, ascoltare la sua parola, coltivare con lui un rapporto personale. In questo siamo sorretti dai Santi e, in particolar modo da S. Rita: sono i rami più vigorosi, più belli, più ricchi di frutti. Portano l’amore di Cristo agli altri. Sono un aiuto per la nostra poca fede”. Non poteva, poi, mancare un riferimento alla famiglia,che è stata moglie e madre. “Le famiglie, ha detto, oggi sono isolate, devono affrontare tante sfide e spesso non le reggono. Invoco S. Rita affinché in ogni parte del mondo possano nascere delle reti di famiglie, perché si promuovano degli incontri fatti di amicizia, ascolto del Signore, di festa. Deve nascere una rete di solidarietà delle famiglie. Così è possibile fronteggiare questa cultura secolarizzata, l’indifferenza religiosa, il relativismo religioso e morale. Il cristianesimo sociologico non regge. Ci vuole un cristianesimo appassionato, mistico, missionario e comunionale”.
LArciprete

SANTA RITA DA CASCIA ( periodo 22 maggio )
Roccaporena
rossLa prima parte della vita di santa Rita è piuttosto oscura, esistono fonti scritte piuttosto tarde, come la ricostruzione agiografica fatta da Agostino Cavallucci nel 1610. Comunque la maggior parte delle biografie composte sui pochi dati certi concordano nel fatto che sia nata a Roccaporena, presso Cascia, e che il suo nome sia diminutivo di Margherita. Non vi è certezza sull’anno della sua nascita, anche se molti autori la fanno coincidere con il 1381. Figlia unica di Antonio Lotti e Amata Ferri. Entrambi i genitori sono descritti come persone molto religiose e “pacieri di Cristo” nelle lotte politiche e familiari tra guelfi e ghibellini. Essi le insegnarono a leggere e a scrivere.

L’ingresso nel monastero
sruiopPer tre volte chiede inutilmente di entrare presso il monastero agostiniano di Santa Maria Maddalena a Cascia. Il suo stato vedovile e forse anche le implicazioni dell’omicidio del marito potrebbero averle ostacolato l’ingresso in monastero. Qui però si inserisce la leggenda devozionale che narra come in piena notte Rita sia stata portata in volo entro le mura del monastero da san Nicola da Tolentino e sant’Agostino. Fatto è che dal 1417, dopo aver pacificato gli animi e riconciliato la famiglia di suo marito e quella dell’assassino, per quaranta anni Rita visse in monastero, dedicandosi alla preghiera.

Il culto
Molti sono i segni soprannaturali che i credenti attribuiscono a Rita da Cascia: la sera del venerdì sasrewqnto avrebbe ricevuto una spina dalla corona di Cristo conficcata sulla fronte. La madre badessa rifiutò, in seguito a tale evento, la richiesta della santa di partire per Roma con le altre suore. Però, il giorno prima di partire, la tradizione vuole che le stigmate sparirono e cosi Rita poté partire. La spina fu portata da santa Rita per i suoi ultimi quindici anni. Il giorno del battesimo sarebbero apparse api bianche sulla sua culla, api nere al suo letto di morte, una rosa rossa fiorita in inverno vicino a casa sua e due fichi sull’albero del suo giardino. Prima di morire mandò sua cugina a prenderla.

La canonizzazione
Alla sua morte, avvenuta il 22 maggio 1457, il suo corpo venne collocato in una cassa di pioppo chiamata codex miraculorum, eseguita da Cecco Barbari; soltanto nel 1462 viene realizzata la cassa solenne.

Il corpo
Il corpo di santa Rita è custodito all’interno di una teca in vetro, in un ambiente del convento annesso alla basilica: da essa si può osservare, attraverso un’ampia grata, che il corpo stesso risulta essere mummificato.

Le agiografie la descrivono come una ragazza mite che assecondava i desideri dei genitori. Come era usanza del tempo, i matrimoni spesso venivano programmati già in giovanissima età, soprattutto quando l’età dei genitori cominciava ad essere elevata. Così anche Rita, all’età di sedici anni, andò sposa a Paolo Mancini (detto anche Paolo di Ferdinando), descritto come uomo dal carattere molto orgoglioso, autoritario e di origini nobili. Ebbero due gemelli: Giangiacomo e Paolo Maria. Rita si dedicò instancabilmente alla sua famiglia creando le premesse per la conversione di suo marito. Proprio quando l’unione matrimoniale sembrava andare bene, Paolo Mancini fu ucciso, probabilmente per rancori passati, in piena notte mentre rincasava.Credente fino in fondo, perdona gli assassini di suo marito ma si angoscia quando capisce che i suoi figli prendono la strada della vendetta. Si affida allora alla preghiera, auspicando addirittura la loro morte fisica piuttosto che vederli responsabili di atti di violenza e quindi alla morte dell’anima. Poco tempo dopo i due ragazzi si ammalano contemporaneamente e muoiono.

La venerazione di Rita da Cascia da parte dei fedeli iniziò subito dopo la sua morte e fu caratterizzata dal numero e dalla qualità di eventi prodigiosi riferiti alla sua intercessione, tanto che divenne “la santa degli impossibili”. La sua beatificazione è del 1627, 170 anni dopo la sua morte, durante il pontificato di Urbano VIII Barberini, già vescovo di Spoleto. Leone XIII, nel 1900, la canonizza come santa. I credenti suoi devoti la chiamano “santa degli impossibili”, perché dal giorno della sua morte sarebbe “scesa” al fianco dei più bisognosi, realizzando per loro miracoli molto prodigiosi, detti “impossibili”. Per questa singolare caratteristica ha ispirato lo scrittore Dino Buzzati ne “I Miracoli di Valmorel”, anche se forse in modo irriguardoso nei confronti della santa. Il culto per santa Rita è senza dubbio uno dei più diffusi al mondo, raccogliendo fedeli in ogni angolo della terra.

P A D R E - P I O

LEGGI E/O ASCOLTA LA VITA

Padre Pio nacque il 25 maggio 1887, alle cinque del pomeriggio, nel quartiere Castello di Pietrelcina, a pochi chilometri da Benevento. Era il quarto dei sette figli di Grazio Forgione e Giuseppa Di Nunzio, poveri e semplici contadini che vivevano in una casetta di tre stanze con soffitto di canne ed avevano un lembo di terra in contrada Piana Romana. Al nuovo arrivato in casa Forgione venne dato il nome di Francesco, per antica devozione di mamma Peppa al Santo di Assisi.
La casa natale di Padre PioFrancesco trascorse l'infanzia e l'adolescenza impegnandosi in piccoli lavori agricoli e portando al pascolo le pecore. Dal direttore spirituale sappiamo che fin dalla tenera età di 5 anni ebbe le prime estasi e desiderò di consacrarsi totalmente a Dio. Subì anche le prime vessazioni diaboliche e iniziò ad infliggersi le prime penitenze corporali.
Il giovane Francesco fece gli studi ginnasiali privatamente, con i soldi che il padre inviava dall'America dove era emigrato come tanti suoi conterranei. All'età di 15 anni maturò la decisione di farsi frate nell'ordine dei minori cappuccini, confortato anche dal consiglio del parroco, don Salvatore Pannullo. Il 2 gennaio 1903, non ancora sedicenne, entrò nel convento dei Cappuccini a Morcone (Benevento) e il giorno 22 indossò il saio francescano col nome di fra' Pio. Nel 1904, dopo un anno di noviziato, pronunciò la sua consacrazione e all'inizio del 1907, nel convento di S.Elia a Pianisi (Campobasso), emise i voti di professione perpetua. Lo attendevano ora sei anni di studio per diventare sacerdote. Li trascorse in conventi diversi: S.Marco la Catola, Serracapriola, Montefusco e Benevento, dove ricevette gli ordini minori e il suddiaconato.
Fra' Pio si sottoponeva a severissime penitenze che, unite al forte impegno nello studio, furono la causa di una grave malattia diagnosticata come "broncoalveolite all'apice sinistro", che richiedeva vita all'aria aperta e riposo. Per tale motivo nel maggio 1909 gli fu concesso di trascorrere un periodo di convalescenza a Pietrelcina. Ma anche nel suo paese natale continuava a star male ed era tanto prostrato che gli fu accordato il permesso di essere ordinato sacerdote prima del compimento dei regolamentari 24 anni d'età. Così il 10 agosto 1910, nel Duomo di Benevento, ricevette la consacrazione sacerdotale e il giorno 14 celebrò la sua prima Messa a Pietrelcina.
Il giovane fra' Pio era continuamente perseguitato dagli attacchi dei demoni che egli chiamava "cosacci" e dovunque andava lo seguivano per tormentarlo. Se li portò anche nel convento di Venafro, dove era andato ad imparare Sacra Eloquenza. Qui Padre Pio venne assalito da febbri altissime e forti emicranie; per una ventina di giorni l'unica cosa che riuscì ad ingerire fu l'ostia consacrata.
A febbraio del 1916 venne mandato nel convento di Sant'Anna a Foggia, dopo anni di spola tra Pietrelcina e una decina di conventi alla ricerca di un posto benefico per la sua salute. Ma anche a Foggia Padre Pio seguitò a star male: vomito, sudorazioni improvvise, capogiri, febbri altissime. La notte, poi, dalla sua cella provenivano terrificanti rumori che si concludevano con un boato tale da scuotere i muri e terrorizzare i confratelli. A Padre Benedetto disse poi che era il diavolo il quale, non potendo vincere, per la rabbia "scattiava".
Per sfuggire all'afosa calura estiva di Foggia, Padre Pio a luglio del 1916 giunse per un breve soggiorno nel convento di San Giovanni Rotondo, piccolo paese sul versante meridionale del Gargano. Il clima si rivelò salutare ed egli vi resterà cinquantadue anni, fino alla morte.
Padre Pio riceve le stimmateLa sera del 5 agosto 1918 subì la "trasverberazione" del cuore e nella mattina di venerdì 20 settembre, nel coretto della chiesa di Santa Maria delle Grazie, ricevette le stimmate che portò fino alla morte con sofferenza fisica e morale, in quanto quei segni esterni gli erano di "una confusione e di una umiliazione insostenibile" perché non si riteneva degno di tale similianza al Redentore. Altri doni carismatici ricevette da Dio per accreditare la sua missione di santificazione: la profezia, le bilocazioni, la scrutazione dei cuori, gli effluvi odorosi.
San Giovanni Rotondo divenne ben presto meta di pellegrinaggi di fedeli che accorrevano al convento per avere dal frate stigmatizzato aiuto, consiglio, guida spirituale. Per Padre Pio cominciò una frenetica attività: fino a sedici ore al giorno di confessioni, migliaia di lettere con richieste di grazie, visite continue di persone anche autorevoli.
Tra gli uomini di Chiesa si vennero a delineare due schieramenti: da una parte v'era chi guardava con simpatia ed ammirazione a Padre Pio; dall'altra parte, invece, si trovavano coloro che diffidavano del Cappuccino. Dal 1923 al 1933 Padre Pio fu sottoposto ad una serie di restrizioni personali e di inibizioni di attività. Venne privato dei direttori spirituali, gli fu ordinato di non confessare e di non celebrare la Messa in pubblico, di non rispondere alle lettere dei fedeli. Erano punizioni durissime che Padre Pio umilmente accettò, dichiarando:"Sono figlio dell'ubbidienza".
L'ospedale Casa Sollievo della SofferenzaMa a San Giovanni Rotondo i fedeli continuavano ad affluire sempre più numerosi e grazie alle loro offerte e alla carità di molti, il 19 maggio 1947, alla vigilia del 60° compleanno di Padre Pio, fu posta la prima pietra per la costruzione della "Casa Sollievo della Sofferenza" che rappresenta tuttora uno dei più moderni ed efficienti ospedali europei. Il 1° luglio 1959 venne consacrato il nuovo Santuario di S. Maria delle Grazie, eretto a fianco dell'antica e ormai insufficiente Chiesa del Convento.
Tanto sconfinato era l'amore di Padre Pio per la Madre celeste, che trascorse la vita stringendo fra le mani la corona del S. Rosario e raccomandando tale preghiera ai suoi figli spirituali quale arma infallibile contro il male.
Il 22 settembre 1968, giunto ormai all'età di 81 anni, al termine della celebrazione della S. Messa per la ricorrenza del cinquantenario del doloroso dono delle stimmate, venne colto da malore e durante la notte, alle ore 2.30 del 23 settembre, cessò di vivere.

 

 

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